IL

BRUTALISMO

C’è una nuova ondata di brutalismo che pervade il globo. Polarizzante e talvolta fraintesa, l’architettura brutalista vive oggi una rinascita che permea ogni aspetto del design contemporaneo. Non è soltanto un ritorno estetico, ma un ripensamento concettuale che lega la materia e l’ambiente in modo indissolubile. Le forme scultoree e monumentali di cemento tornano a essere attuali e progetti d’avanguardia appaiono in tutto il mondo, segno di una crescente fascinazione per l’essenzialità e la forza di questo linguaggio nato negli anni cinquanta.

Il brutalismo sta vivendo una rinascita e The Brutalist,
il film di Brady Corbet interpretato da Adrien Brody,
presentato alla 81. Biennale Cinema di Venezia
ne è una testimonianza.

Un esempio cinematografico di questa tendenza è The Brutalist, presentato alla 81. Biennale Cinema 2024. Il film di Brady Corbet, con una durata di 215 minuti, ha lasciato la platea incollata allo schermo. Protagonista è un architetto, interpretato da Adrien Brody, figura che riecheggia i grandi maestri del movimento come Marcel Breuer, Louis Kahn e Paul Rudolph. In questo film, l’architettura non è solo cornice, ma vero e proprio soggetto narrativo. Passando dal cinema all’editoria, anche Brutalist Plants di Olivia Broome sta facendo parlare di sé. Nato da un account Instagram divenuto rapidamente virale, questo libro esplora la fusione tra architettura brutalista e natura, unendo due forze che trovano una sinergia unica, è una testimonianza di come il brutalismo stia evolvendo in nuovi contesti, abbracciando un’estetica sostenibile e un’etica ambientale.

Il brutalismo si ritrova in numerosi progetti
di architetti contemporanei come Alejandro Aravena, Lucio Munian
e Ludwig Godefroy, che hanno reinterpretato il movimento
in una chiave moderna.

Tra i progetti che incarnano questa nuova ondata, la HMZ house di Lucio Muniain, a San Luis Potosi, in Messico, e la Casa Ocho Quebradas di Alejandro Aravena, sulla costa di Ochoquebradas, in Cile, interpretano perfettamente il dialogo tra il paesaggio naturale e i volumi di cemento. Il materiale strutturale diventa espressione della connessione tra la natura e l’abitare, in un gioco di contrasti che esalta la semplicità e la forza. Altre creazioni che sfidano i confini tra architettura e paesaggio sono l’Oasi Brutalista Sidi Harazem di Jean François Zevaco (a Fès) e Casa TO di Ludwig Godefroy (a La Punta Zicatela, in Messico). Inserite in un contesto urbano, forme angolari e volumi imponenti creano un rifugio per la natura, dimostrando come l’architettura possa integrare, anziché escludere, elementi organici. L’Istituto Marchiondi Spagliardi (a Milano, in Italia) progettato da Vittoriano Viganò, capolavoro brutalista degli anni ’50, continua a ispirare architetti e designer per la sua tensione fra pragmatismo e monumentalità. La geometria rigorosa e la qualità spaziale degli interni offrono un esempio lampante di come il brutalismo possa coniugare funzione e impatto estetico.

Il brutalismo trova espressione anche negli oggetti di design quotidiano, come nelle macchine per il caffè realizzate in cemento, dove funzionalità grezza e bellezza scultorea si fondono in un oggetto che muta un rituale quotidiano in un’esperienza architettonica. L’architettura brutalista diventa anche palcoscenico per set fotografici di importanti brand del design che trovano nella semplicità la scenografia perfetta per le loro collezioni. Da qui, dunque, emerge una nuova forma di bellezza che esalta l’onestà dei materiali e il loro dialogo con il contesto in cui vengono inseriti. Le suggestioni e i progetti in giro per il mondo sono molti. Ne abbiamo scelti alcuni per voi.

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The Brutalist, di Brady Corbet con Adrien Brody

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HMZ House, Lucio Muniain et al, San Luis Potosi, Messico | Photo: Edmund Sumner

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Casa Ocho Quebradas | Photo: Cristòbal Palma

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Brutalist Plants, di Olivia Broome

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Casa TO, Ludwig Godefroy, Puerto Escondido, Messico | Photo: Jaime Navarro

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Complesso termale Sidi Harazem, Jean-François Zevaco 1960-75 | Photo: Andreea Muscurel

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Istituto Marchiondi Spagliardi, Vittoriano Viganò, Milano 1957 | Photo: Francesca Fagnano

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AnZa di studio Montaag

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Divano Ludwig di Désirée

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