IL REGNO DI KUSH
Sulla riva orientale del Nilo, le piramidi di Meroe si stagliano come sentinelle dimenticate nel deserto. Un tempo capitale del regno di Kush, guidato dai cosiddetti “faraoni neri”, oggi il sito giace in silenzio, invaso dalla sabbia e svuotato di visitatori. Nel 2011 l’UNESCO l’ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità, ma a differenza di Giza, qui non arrivano turisti. Le rovine di Meroe raccontano una storia antica e poco conosciuta, ma anche quella recente di un paese privo di tutele. Le sanzioni internazionali, la lunga dittatura di Omar al-Bashir, la guerra nel Darfur e le tensioni con il Sud Sudan hanno isolato il Sudan, lasciando il suo immenso patrimonio culturale in balia dell’abbandono. E non solo dell’abbandono. Negli ultimi anni, bande illegali di cercatori d’oro hanno preso d’assalto numerosi siti archeologici, scavando con escavatori e distruggendo interi insediamenti. L’esempio più grave è quello di Jabal Maragha, devastato nel 2020 nel deserto di Bayouda: un sito millenario legato alla civiltà di Kush, trasformato in un cratere. Gli stessi blocchi di pietra usati dagli antichi sono stati riutilizzati per costruire ripari contro il sole. Quando gli archeologi sono arrivati, accompagnati dalla polizia, i colpevoli sono stati fermati – ma poi subito rilasciati. Le connivenze locali col traffico illegale di oro rendono la protezione del patrimonio pressoché impossibile.
Il sito archeologico nubiano di Jabal Maragha nel deserto di Bayuda non c’è più.
Al posto dei resti della civiltà meroitica di duemila anni fa,
una voragine profonda 17 metri e larga 20.
Intanto, il presente del Sudan è una tragedia in atto. Il 15 aprile 2023 sono riesplosi i combattimenti tra l’esercito regolare (SAF) e le forze paramilitari RSF. A oggi, oltre 13 milioni di sudanesi sono stati sfollati: un sudanese su tre. 25 milioni di persone – la metà della popolazione – hanno bisogno di aiuti umanitari. Le carenze di cibo, acqua e medicine si sommano alla carestia ufficialmente dichiarata nel Darfur nell’agosto 2024. E il conflitto ha reso il Sudan anche la più grave crisi di sfollamento infantile al mondo, secondo l’UNICEF: oltre il 90% dei 19 milioni di bambini non ha accesso all’istruzione.
La voragine che ha inghiottito il sito di Jabal Maragha, Sudan. Photo by Ebrahim Hamid/AFP Getty Images
Intanto il Sudan è oggi teatro della peggiore crisi umanitaria dell’Africa.
Un sudanese su tre è stato sfollato, metà della popolazione ha bisogno di aiuti.
Oltre il 90% dei bambini è escluso da ogni forma di istruzione.
Nel vuoto istituzionale, anche i siti storici diventano terreno di conquista o saccheggio. Su mille siti censiti, almeno cento sono già stati distrutti o danneggiati. “Questo è un crimine morale contro il popolo sudanese”, ha dichiarato Hatem al-Nour, direttore del Dipartimento delle Antichità. “Privarlo della sua memoria culturale significa esporlo ai fondamentalismi e alle speculazioni”. Meroe, Kerma, Napata: nomi che evocano un tempo glorioso, in cui il Sudan – crocevia tra il Mediterraneo e l’Africa nera – era un ponte di culture e commerci. Oggi, tra sabbia e silenzio, resta solo la resistenza fragile della pietra.
L’archeologo Habab Idriss Ahmed e il Professor Mahmoud al Tayeb ispezionano i danni causati dai predoni. Photo by Ebrahim Hamid/AFP Getty Images
I siti archeologici dell’isola di Meroe, in Sudan, sono un importante complesso di rovine che includono la città di Meroe, le necropoli con le sue piramidi, e i templi di Naga e Musawwarat es-Sufra
Sito archeologico dell’isola di Meroe, in Sudan
Le piramidi di Meroe, Sudan. Photo by Stephen Battle
Le piramidi di Meroe, in Sudan
Sito archeologico dell’isola di Meroe, Sudan
Un soldato pattuglia una strada deserta di Omdurman, a nord di Khartoum, in Sudan, marzo 2024, Photo Ivor Prickett, Panos/Parallelozero
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