PROTOTYPES

Nel cuore desertico tra San Diego e Tijuana, lì dove il paesaggio è già di per sé una frontiera, si ergono otto pareti verticali, mutismi di cemento e acciaio che nessuno ha mai attraversato, ma che tutti hanno finito per vedere. Si chiamano Prototypes e sono le architetture test realizzate nel 2017 come possibili modelli per il nuovo muro tra Stati Uniti e Messico, una delle promesse più ossessive e simboliche della prima amministrazione Trump. Nel gergo militare si direbbe che Prototypes è un sito di test. Ma a guardarli oggi, in quella porzione sospesa di confine che è già da tempo un paesaggio simbolico, i prototipi sembrano più delle sculture, rovine postmoderne, simulacri di un’autorità che cerca forma e non la trova. Alti tra i 5 e i 9 metri, costruiti con materiali diversi – cemento armato, acciaio, superfici anti-arrampicamento – gli otto moduli sono il residuo materiale di una narrazione ideologica che ha tentato di assumere forma architettonica definitiva, ma è rimasta impigliata nella sua stessa retorica. Nessuno dei prototipi è mai stato adottato ufficialmente. Nessuno è servito al fine dichiarato. Eppure, sono ancora lì.

Otto moduli pensati per respingere
che si sono trasformati in reliquie monumentali di un pensiero murario
che ha fallito, e proprio per questo merita di essere osservato.

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Prototypes, San Diego, Stati Uniti. Courtesy of MAGA / Bjarni Grimsson

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Prototypes, San Diego, Stati Uniti. Courtesy of MAGA / Bjarni Grimsson

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Prototypes, San Diego, Stati Uniti. Courtesy of MAGA / Bjarni Grimsson

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Prototypes, San Diego, Stati Uniti. Courtesy of MAGA / Bjarni Grimsson

Un esempio in cui l’architettura si svuota del suo scopo abitativo, sociale o ambientale e viene investita esclusivamente di una funzione simbolica. Ma anche quella simbolicità si è svuotata: non convince, non commuove, non persuade. Le otto pareti sono lì, sole e mute, a testimoniare l’impotenza del costruire senza pensiero critico, senza visione collettiva, senza futuro. Nel contesto della seconda amministrazione Trump – ancora più organizzata, spietata e programmatica della prima – quel che resta del grande sogno del muro è una sequenza fallimentare che oggi possiamo leggere come monito architettonico. Perché Prototypes è anche questo: il tentativo di formalizzare un’ideologia dentro il linguaggio della materia. E in questo senso, è un progetto architettonico estremo, che mostra quanto la forma, se svuotata di senso civile e di tensione umanistica, possa diventare un esercizio di pura estetica del potere. Dal punto di vista compositivo, la ripetitività dei moduli, la loro verticalità assoluta, l’assenza di soglia, ingresso, funzione o articolazione relazionale li avvicina a una sorta di minimalismo totalitario, a metà strada tra il brutalismo e la land art involontaria. Non a caso, artisti e attivisti hanno iniziato a considerarli una sorta di “museo a cielo aperto della paranoia”. Alcuni tour attraversano quel tratto di confine raccontandone la storia come si farebbe con una rovina romana o con un mausoleo fascista. Ma questa volta l’ideologia non si nasconde dietro colonne o architravi: è pura parete. Una sezione verticale del pensiero dominante. Il fatto che queste strutture siano sopravvissute alla loro funzione e abbiano iniziato a vivere una seconda vita semiotica racconta molto anche della capacità dell’architettura di superare le proprie intenzioni.

Nessuno voleva che Prototypes diventasse arte.
Eppure, oggi è l’unica cosa che è riuscito a essere davvero.

In un’epoca in cui il costruire diventa spesso sinonimo di escludere, sorvegliare, fortificare, questi otto segmenti di muro offrono un’occasione rara: leggere la forma come linguaggio ideologico. E capire che il futuro dell’architettura – soprattutto di quella pubblica – non può prescindere dalla responsabilità di ciò che comunica. Perché ogni parete, anche la più solida, anche la più alta, ha due facce. E il progetto più potente è quello che sa metterle in dialogo, invece che opporle.

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Prototypes, San Diego, Stati Uniti. Courtesy of MAGA / Bjarni Grimsson

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