SACRED VOID

Nel cuore del deserto, dove il rumore si ritira e la materia si dissolve nella luce, prende forma uno spazio che non è né vuoto né assenza. È presenza sottile, sospensione, spiritualità. Questo numero di Conseil+Arch nasce dal desiderio di ascoltare il vuoto sacro dei paesaggi desertici – intesi non come margini, ma come luoghi pieni di senso, storia e tensione. Dal Sudafrica all’Arabia Saudita, passando per il Messico, la California, l’Utah e la Cina, le architetture raccolte in questo numero abitano il deserto in modi diversi. C’è chi sceglie di scomparire, chi di resistere, chi di fondersi con la geologia e la luce, chi di immaginare il futuro. La Vision 2030 dell’Arabia Saudita – il piano strategico che punta a ridurre la dipendenza dal petrolio e investire in turismo, innovazione e sostenibilità – dà vita a progetti avveniristici come Neom, città laboratorio dove si sperimentano nuove forme urbane e nuove tecnologie. Tra queste, The Line, metropoli lineare a zero emissioni, e Desert Rock, hotel scavato nella roccia, firmato da Oppenheim Architecture, che fonde architettura, roccia e silenzio. Nel cuore dell’Ashar Valley, sempre in Arabia Saudita, AW2 firma Banyan Tree AlUla: un resort-tenda che ridefinisce l’idea di ospitalità attraverso un approccio light touch, sostenibile e immersivo.

Dall’Arabia Saudita al Sudafrica, passando per Stati Uniti e Cina,
undici progetti che abitano il deserto con approcci radicalmente diversi.
Architetture che si fondono con la geologia e la luce, altre che immaginano
futuri vicini, tecnologici e sostenibili.

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Leyja è il volto eco-luxury di NEOM, un progetto immerso nella natura che unisce turismo sostenibile, tutela del paesaggio e visione futuristica. Arabia Saudita

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Desert Rock, project by Oppenheim Architecture, Arabia Saudita, 2025. Photo by Ema Peter

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Banyan Tree AlUla, by AW2. Ph by Ales Vyslouzil, Banyan Tree AlUla, AW2, Jordan Cieski

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Banyan Tree AlUla, by AW2. Ph by Ales Vyslouzil, Banyan Tree AlUla, AW2, Jordan Cieski

Negli Stati Uniti, il deserto diventa luogo di sperimentazione radicale. Folly Mojave, retreat off-grid di Malek Alqadi, è una navicella brutalista e mistica nel nulla californiano. Poco distante, Anastasiya Dudik costruisce da sola HATA, una cupola di cemento che trasforma il brutalismo in rifugio meditativo. In Arizona, lo studio DUST progetta Tucson Mountain Retreat, una casa in terra battuta che si apre al paesaggio come un organismo poroso. Lo stesso spirito anima Pala Zion, alle porte dello Zion National Park, dove Andrew Trotter, GOMA, MORQ e Taller Héctor Barroso disegnano 22 case ispirate al territorio, pensate come una galleria abitabile tra Mediterraneo e Messico. In Messico, Casa La Paz di Ludwig Godefroy ribalta i paradigmi: non è l’architettura a contenere il vuoto, ma il vuoto a modellare l’architettura. In Sudafrica, Madwaleni River Lodge di Luxury Frontiers ridefinisce il lusso selvaggio: dodici lodge affacciati sul fiume evocano, con le loro strutture leggere e curvilinee, gli scudi Zulu e l’eredità guerriera locale, in un territorio riconvertito al rewilding. Infine, nel deserto cinese del Ningxia, lo ZhongWei Desert Diamond Hotel firmato da SHUISHI emerge come una gemma ancestrale: brutalismo, geometria sacra e visione cosmica si fondono in un progetto che fa del paesaggio un’esperienza totale.

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Folly Mojave, project by Malek Alqadi

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Tucson Mountain Retreat, project by DUST, Tucson. Photo by Jeff Goldberg, ESTO

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Tucson Mountain Retreat, project by DUST, Tucson. Photo by Jeff Goldberg, ESTO

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Pala Zion, Villa M1. Project by MORQ. Utah

Desert X e Desert X AlUla trasformano paesaggi estremi
in scenari di arte contemporanea, dialogo e contemplazione.
Non una semplice mostra, ma un laboratorio all’aria aperta,
dove l’arte interroga il deserto.

Sin dalla sua prima edizione nel 2017, Desert X ha accolto più di 1,7 milioni di visitatori, costruendo un modello espositivo che rigetta la neutralità asettica della galleria per abbracciare un ambiente vivo: il deserto. Nato a Coachella Valley, in California, nel 2020 questo approccio ha varcato i confini statunitensi grazie a Desert X AlUla, portando opere visionarie di artisti sauditi e internazionali nello straordinario paesaggio di AlUla, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita – regione di incomparabile bellezza, ricca di patrimonio naturale e creativo, da sempre crocevia di scambi culturali. Insieme, questi progetti ci ricordano che il deserto non è un vuoto da riempire, ma un mondo da vivere, contemplare e respirare. Che il silenzio non è mancanza, e che l’architettura può offrire esperienze uniche.

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Desert X AlUla, Kader Attia, Whistleblower, 2024

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Desert X AlUla, Rana Haddad & Pascal Hachem, Reveries, 2024

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Non una casa con giardino, ma un giardino con la sua casa. A Casa La Paz, l’architettura ribalta la logica abitativa tradizionale. Interno ed esterno si fondono in un unico organismo vivo e poroso.

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DESERT ROCK

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Scavato nella montagna, il resort dialoga con il paesaggio senza mai imporsi, reinterpretando le tracce nabatee in chiave contemporanea.

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NEOM

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L’obiettivo: trasformare l’economia saudita, liberandola dalla dipendenza dal petrolio e puntando su turismo, tecnologia e sostenibilità.

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