SO HELP US GOD
Il 20 gennaio 2025, Donald J. Trump è tornato alla Casa Bianca. Il 47esimo presidente degli Stati Uniti, il primo dopo Grover Cleveland a ottenere due mandati non consecutivi. Ma se l’America dell’Ottocento poteva sopportare un’oscillazione politica tra progressismo e conservatorismo, oggi il mondo intero è obbligato a guardare con inquietudine a questa nuova amministrazione. Non è solo una questione politica: un ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra, un sistema basato sulla cooperazione, sull’equilibrio delle forze, sulla negoziazione tra le parti che si vede vacillare.
L’America di Trump non dialoga,
è isolazionista, dominatrice, impermeabile ai vincoli internazionali.
Ogni giorno, una nuova affermazione riscrive la narrativa globale.
La sua agenda ha preso una direzione chiara fin da subito: il ritiro dagli Accordi di Parigi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è il primo tassello di una politica che smantella la diplomazia globale. Trump ha minacciato dazi sulle esportazioni europee, un attacco diretto alle nostre industrie del lusso, dell’auto, del design. Per l’America trumpiana, l’Europa non è un alleato, ma un concorrente da indebolire. Il pericolo va oltre i confini economici: la sua America non crede più nel valore dello scambio, della commistione culturale, della sperimentazione. Ne consegue: meno collaborazioni tra studi internazionali, meno finanziamenti a progetti creativi, meno investimenti in materiali sostenibili. Se l’America si isola, trascina con sé il resto del mondo, impedendo l’accesso a risorse, know-how e connessioni fondamentali per il progresso. Le dichiarazioni su Groenlandia, Panama, Ucraina, Messico non sono provocazioni estemporanee. Trump non vede il territorio come un dato, ma come una proprietà da conquistare. La Groenlandia, con il suo sottosuolo ricco di minerali preziosi, è sempre più accessibile a causa del cambiamento climatico. La storia dell’Alaska si ripete, ma il mondo di oggi non è più disposto ad accettare una politica predatoria senza conseguenze. E mentre ci si muove in questo nuovo caos, Washington subisce il più grande smantellamento amministrativo della storia americana. È un’America che si isola dal resto del mondo, si chiude, liberandosi di ogni vincolo, di ogni meccanismo di controllo interno.
Photo illustration by Sarah Grillo Axios. Photo Joe Raedle, Getty Images
L’aereo di Donald Trump Jr. a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Photo Emil Stach/Ritzau Scanpix via AP
La sua politica è un attacco costante, una sequenza inarrestabile di decisioni che costringono tutti a rincorrerlo, a cercare di interpretarlo, a prevedere la prossima mossa. Milioni di persone hanno sfilato a Washington, New York, Boston, Los Angeles, Chicago, Seattle, ma anche in Europa, Australia, Africa e Sud America. Un movimento globale – la Women’s March – nato nel 2017 durante la prima amministrazione Trump, che oggi non è più solo una reazione, ma un’infrastruttura di resistenza. L’obiettivo è denunciare, creare spazi di supporto, connessione e difesa, perché l’attacco ai diritti non è un rischio astratto. Nel mirino del Presidente anche le università americane. Donald Trump ha attaccato duramente Harvard, definendola “un’università da barzelletta” e accusandola di insegnare “odio e stupidità”. Il presidente ha minacciato di revocare le esenzioni fiscali e ha congelato 2,2 miliardi di fondi federali, punendo l’ateneo per non aver modificato i programmi come richiesto dalla Casa Bianca. A differenza di Columbia, che ha ceduto alle pressioni senza risultati concreti, Harvard ha scelto di difendere la propria indipendenza.
La sfida che si apre non riguarda solo gli Stati Uniti,
ma il concetto stesso di cultura, progresso sociale e inclusione.
Architettura, cultura, accesso ai servizi, e tutela delle libertà individuali sono elementi politici e progettuali. Il futuro che si sta delineando è quello di uno spazio sempre più regolato dal controllo e dall’esclusione. A questa visione, è un dovere morale rispondere con un’altra idea di società e di comunità. Una resistenza che non si deve fermare alle piazze, ma si deve strutturare attraverso reti, connessioni e una nuova cultura dell’opposizione. La vera battaglia è per la difesa del diritto di progettare il proprio spazio, il proprio corpo, il proprio futuro.
Harvard University, Cambridge, Massachusetts
Proteste nel campus universitario di Harvard. Photo Joseph Prezioso, Getty Images
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