ARTE E MACERIE

Secondo un report di OCHA (aggiornato a inizio aprile 2025), da ottobre 2023 sono quasi 60 mila i morti a Gaza, oltre 115 mila i feriti, più di 2 milioni gli sfollati. Il 90 per cento del territorio, calcolano le agenzie delle Nazioni Unite, è distrutto. Il 70 per cento secondo altre fonti, ma con il 92 per cento della capacità abitativa annichilita. Dallo spazio, i satelliti fotografano una regione ridisegnata dalle bombe, che non assomiglia più a quella che era. E che mai ritornerà come prima. Ovviamente vittime della guerra anche 226 dei 316 siti di valore storico e culturale sono stati completamente cancellati o gravemente compromessi. In questo scenario di sistematica distruzione, gli artisti di Gaza tengono accesa una luce: flebile, ma ostinata. Nel cuore della devastazione nascono laboratori improvvisati, dove pennelli e matite si ricavano da ciò che resta – confezioni mediche, block-notes degli aiuti umanitari – e l’arte diventa forma tangibile di dolore e cura. Nomi come Basel al-Maqousi, Sohail Salem, Raed Issa e Majed Shala trasformano il trauma quotidiano in racconto visivo, dando voce alla dignità ferita ma non sconfitta del popolo palestinese.

A Gaza il 70% del territorio è stato raso al suolo,
226 siti culturali cancellati, oltre 2 milioni di sfollati.
Eppure, tra le rovine, l’arte continua a resistere.
Un racconto fragile e potente di memoria, resistenza e identità.

Arte e macerie 1

Majed Shala – I suoi schizzi su carta riciclata ricostruiscono frammenti di paesaggi distrutti e memorie urbane

Arte e macerie 2

Sohail Salem – Disegna su blocchi UNRWA con inchiostri neri e rossi, raccontando l’angoscia di carcere e guerra

Nel cuore di una tenda per rifugiati a Deir al-Balah, l’artista Basel el-Maqousi disegna senza sosta famiglie sfollate, fissando in bianco e nero i volti della speranza. Padre di cinque figli, ha vissuto dieci mesi in fuga, tra bombardamenti e continue evacuazioni. Un tempo dipingeva la bellezza naturale di Gaza; oggi la sua arte è attraversata da rabbia, paura e desiderio di sopravvivenza. Nei suoi disegni, però, tornano anche piccoli momenti di normalità: bambini che giocano sulla spiaggia, famiglie che pranzano insieme sulla sabbia. Per condividere questa energia ha creato un laboratorio per bambini sfollati, anche in assenza di materiali o spazi adeguati. “Mi ha sorpreso vedere i loro disegni: case felici, famiglie unite, bandiere palestinesi. Abbiamo perso tutto – ma ricostruiremo appena finirà questa guerra”, racconta.

Nella tenda di un campo profughi,
Basel al-Maqousi trasforma il trauma della guerra in disegno.
Nei suoi tratti riaffiorano gesti quotidiani, volti, speranze.
Un laboratorio improvvisato diventa luogo di cura per i bambini di Gaza.

Arte e macerie 3

Basel el-Maqousi paints inside his tent in Deir al-Balah City in the center of the Gaza Strip, on July 4, 2024. Photo by Xinhua

Arte e macerie 4

Basel el-Maqousi paints with children inside his tent in Deir al-Balah City in the center of the Gaza Strip, on July 4, 2024. Photo by Xinhua

Mentre l’esercito israeliano afferma costantemente che le sue operazioni sono mirate ai combattenti coinvolti in attacchi contro Israele, artisti e esperti d’arte di Gaza sostengono che Israele stia cercando di cancellare la cultura palestinese. Israele ha “distrutto siti storici e monumenti antichi, cancellando migliaia di anni di patrimonio culturale a Gaza”, ha dichiarato Sobhi Qouta, artista visivo e docente presso l’Università Al-Aqsa, nonché coordinatore del Visual Arts Club della Fondazione Abdel Mohsin Al-Qattan. “Molti artisti palestinesi hanno perso le loro opere, sia a causa del bombardamento delle loro case che della distruzione dei centri culturali che le ospitavano”. L’arte palestinese affonda le sue radici nelle influenze bizantine e si è evoluta attraverso la tradizione islamica. Dopo il 1967, con l’inizio dell’occupazione israeliana di Gaza, l’arte è diventata uno strumento di resistenza, con artisti come Kamal Boullata e Suleiman Mansour che hanno usato il proprio lavoro per affermare l’identità palestinese. Negli anni ’90, l’arte è stata integrata nel panorama accademico di Gaza con il programma di belle arti dell’Università Al-Aqsa. La scena artistica è cresciuta rapidamente, anche grazie al gruppo Eltiqa for Contemporary Art, primo spazio di arte contemporanea di Gaza fondato nel 2002, seguito da Shababeek nel 2009. Nonostante i conflitti e il blocco israeliano, la comunità artistica di Gaza è fiorita. Ma tutti i principali spazi artistici – Eltiqa, Shababeek e Al-Aqsa – sono stati distrutti da Israele durante la guerra.

Arte e macerie 5

Yasmeen Al Daya. «Embrace» (2024), courtesy of Yasmeen Al Daya

Cinque sfollamenti, un anno scolastico perso e una tela inaspettata:
i sacchi di farina degli aiuti umanitari.
Hussein al-Jerjawi, 18 anni, trasforma il trauma della guerra a Gaza
in arte visiva e memoria collettiva.

Hussein al-Jerjawi, 18 anni, ha subito cinque sfollamenti a causa della guerra, perdendo un intero anno scolastico. Il conflitto ha profondamente influenzato il suo percorso artistico, portandolo a usare un mezzo non convenzionale: i sacchi di farina umanitaria come tele. I suoi dipinti, che raffigurano simboli della sopravvivenza in una terra assediata, mostrano crepe, fenditure e altri elementi che riflettono l’esistenza fratturata di chi vive a Gaza. “Quando dipingo su un sacco di farina, è come se scrivessi la nostra storia con un pennello intinto nel dolore e nella resilienza”, ha detto al-Jerjawi. “Anche dopo aver perso tanto, la mia arte rimane la mia forma di resistenza”, ha detto. Descrivendo uno dei suoi dipinti, ha spiegato: “I sacchi di farina testimoniano silenziosamente le storie degli sfollati, in attesa della sopravvivenza. Le parole stampate enfatizzano una condizione umana congelata. Le mani alzate e chiuse a pugno – alcune stringono la farina, altre sono vuote – parlano della disperata ricerca di speranza”. “I volti raccontano storie di fatica e fame. Gli occhi chiedono non solo pane, ma dignità. La folla sbiadita sullo sfondo, come ombre, aspetta in una fila senza fine”. Al-Jerjawi considera la sua arte una difesa dell’identità palestinese. “L’occupazione vuole cancellare la nostra cultura e identità. Ma l’arte conserva la nostra memoria. Ogni mio dipinto è un documento che dice al mondo che siamo vivi, che sogniamo e che restiamo radicati alle nostre origini”. Intanto, fuori dai riflettori dei media internazionali, la voce degli artisti palestinesi resta ai margini, custodita da Internet e mostre temporanee. Progetti come Some Stories Cannot Be Silenced – documentario che segue la pittrice Amal Abu al-Sibah e il musicista Sadin Tavil – offrono scorci intimi di una resistenza culturale al femminile. Anche il Museum of the Palestinian People di Washington ha dedicato una mostra a Gaza: Gaza Remains the Story, con 33 opere di 28 artisti (alcuni uccisi durante i raid). Per ricordare che Gaza non è solo distruzione, ma anche vita, memoria, cultura. L’arte diventa così un grido d’aiuto, ma anche un gesto di cura. Uno sguardo che resiste nelle crepe dei muri, nei volti dei sopravvissuti, negli shelter o sotto una tenda improvvisata dove, nonostante tutto, un pennello continua a muoversi.

Arte e macerie 6

Hussein al-Jerjawi uses empty UNRWA flour bags as canvases for his artwork depicting everyday life in Gaza [Courtesy of Hussein al-Jerjawi]

Arte e macerie 8

Hussein al-Jerjawi uses empty UNRWA flour bags as canvases for his artwork depicting everyday life in Gaza [Courtesy of Hussein al-Jerjawi]

Arte e macerie 9

A Palestinian girl sits on the remains of a destroyed house, next to graffiti of a missile by Hussein Abu Sadeq. Photograph: Ibraheem Abu Mustafa/Reuters

Arte e macerie 9

Yara Zuhod, Warfare Feast, 2024

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