Intervista a

CATERINA ROPPO

Not Worlds, but Textures.

Caterina Roppo è un’artista multidisciplinare che fonde tecniche ancestrali con l’innovazione dei materiali per esplorare temi come la salute mentale e la ricerca del Sé, la memoria e la connessione con il passato. Originaria della Puglia e attualmente attiva tra Palma di Maiorca e Milano, Caterina Roppo è rinomata per la sua capacità di trasformare materiali semplici, come fibre rigenerate e sete vegetali, in opere che narrano storie di rinascita, resilienza e consapevolezza.
La sua pratica artistica unisce un approccio sperimentale a una profonda sensibilità verso la natura e l’imperfezione. Utilizzando il tessuto come metafora dell’epidermide, Caterina Roppo lo trasforma in un mezzo di riconciliazione estetica, esplorando la tridimensionalità e l’interazione tra modernità e memoria. Le sue creazioni interpretano spesso le profondità della pietra con le fibre naturali, impiegando tecniche come la tessitura Jacquard per realizzare texture dinamiche e volumi organici che sfidano le forme tradizionali.
La fibra è il medium centrale della sua ricerca e una parte essenziale del suo percorso artistico. Attraverso i processi di costruzione e decostruzione, Caterina Roppo crea texture tridimensionali che tracciano le cicatrici della materia e dell’anima. La pietra, archetipo fondamentale della sua cultura mediterranea, la ispira per la sua forza e per i segni del tempo che porta con sé. I materiali che utilizza subiscono metamorfosi inaspettate, trasformando le tele in sculture dinamiche che evocano meraviglia.
Caterina Roppo ha collaborato con Marcel Wanders nella realizzazione di Ancient Memories, l’ultima collezione di Fischbacher 1819, il rinomato marchio tessile svizzero con una presenza globale che si estende da oltre due secoli.

La collezione Ancient Memories di Fischbacher 1819 riflette molto del tuo linguaggio artistico: la materialità delle texture, le fibre naturali e le tonalità terrose della palette. Puoi raccontarci di più su come è nata questa collaborazione?

“La collaborazione con Fischbacher 1819 è nata in modo naturale, frutto di una convergenza di valori e sensibilità condivise. Ho avuto l’opportunità di fare da tramite tra la visione eclettica di Marcel Wanders e la tradizione di eccellenza di Fischbacher 1819. Considerando il mio percorso come artista tessile e la mia esperienza nello sviluppo di tendenze sperimentali nelle fibre, capita che Marcel Wanders mi coinvolga nei suoi progetti speciali, soprattutto quando riguardano la ricerca sui materiali e i tessuti. Questa esperienza si è perfettamente inserita in quel percorso.
La mia esplorazione della materialità, del trascorrere del tempo e della dimensione tattile della memoria ha trovato una profonda risonanza nel patrimonio tessile di Fischbacher 1819, così come in un dialogo estremamente vivido con il nuovo umanesimo di Wanders.
La collezione è nata dall’incontro tra artigianalità e visione artistica, trasformando il tessuto in un linguaggio capace di superare i confini culturali e il simbolismo locale. Ancient Memories è una celebrazione del tempo intrecciato nella materia: ogni fibra diventa testimone di un passato che riverbera nel presente, conferendo al tessuto una dimensione quasi archeologica, dove ogni trama racconta una storia. La scelta di materiali come canapa e bambù è stata intenzionale: queste fibre incarnano resilienza e un profondo rispetto per la natura, principi fondamentali della mia ricerca artistica. Ho voluto che Ancient Memories fosse un ponte tra passato e futuro, un esempio di come la tradizione artigianale possa evolversi in modo sostenibile senza perdere la propria anima. Per me, il tessuto non è solo un elemento visivo, ma un mezzo per evocare sensazioni e ricordi attraverso la tattilità. Ogni intreccio e rilievo della collezione è stato progettato per risvegliare un’esperienza sensoriale, una connessione fisica con la materia che richiama gesti antichi e narrazioni dimenticate. Ancient Memories è un tributo alla capacità del tessuto di farsi messaggero di calma e contemplazione. Nel mio lavoro, la dimensione rituale e meditativa del tessile è essenziale e, in questo caso, ha trovato un’espressione ancora più immediata: un invito a un’esperienza sensoriale universale.”

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Wings, Caterina Roppo |©Photo, Ana Lui for Eurowings

Cosa ha significato per te lavorare con un’azienda come Fischbacher 1819, che ha una lunga tradizione nella creazione di prodotti destinati a far parte delle case delle persone?

“Ciò che ha reso questa esperienza particolarmente significativa per il mio percorso è il fatto che Fischbacher 1819 non è semplicemente un’azienda tessile, ma un custode di storie tramandate attraverso il filo. Collaborare con un patrimonio così ricco ha significato entrare in contatto con un profondo senso di continuità e intimità. Camilla Douraghy Fischbacher, l’attuale custode di questa tradizione e direttrice artistica del brand, ha dimostrato un talento straordinario nel trasmetterne i valori, permettendo a Marcel Wanders e a me di interpretarne i codici e reinventarli da una nuova prospettiva. I tessuti abitano i nostri spazi più intimi: ci avvolgono, assorbono la nostra presenza e custodiscono frammenti delle nostre vite. Questa collaborazione è stata un’opportunità per unire la mia ricerca sulla materialità alla loro tradizione, dando vita a creazioni che vanno oltre la semplice decorazione e instaurano un dialogo profondo con chi le accoglie nella propria quotidianità. Inoltre, lavorare con Fischbacher 1819 è stato un viaggio alla scoperta del valore simbolico del tessuto come archivio di memoria e cultura. Ogni trama racchiude gesti tramandati nel tempo, un sapere che attraversa le generazioni e che oggi può essere riscoperto attraverso un nuovo linguaggio. Questo progetto mi ha permesso di approfondire il ruolo del tessile non solo come elemento di design, ma anche come testimone di storie personali e collettive.
Un altro aspetto fondamentale di questa collaborazione è stato il dialogo tra innovazione e tradizione. Fischbacher 1819 ha saputo reinterpretare il proprio patrimonio tessile con una sensibilità contemporanea, creando spazio per la sperimentazione senza tradire la propria identità. Per me, questa sinergia è stata un’occasione per ampliare la mia visione artistica, esplorando nuove forme di tessitura e sperimentazione tattile in un delicato equilibrio tra passato e futuro. In definitiva, questo progetto ha rafforzato la mia consapevolezza che il tessuto non è semplicemente un materiale, ma un mezzo attraverso cui possiamo creare connessioni, evocare emozioni e costruire nuove narrazioni. Fischbacher 1819 non si limita a realizzare tessuti di pregio: custodisce e far evolvere un sapere che continua a dispiegarsi nel tempo, dando vita a creazioni che dialogano sia con le persone che con la storia.”

Il mondo del tessile è profondamente radicato nel tuo percorso artistico. Tra i tuoi progetti più significativi c’è Trayma, un’iniziativa di ricerca nata dopo un’esperienza personale violenta e traumatica. Puoi raccontarci di più?

Trayma non è nato come un progetto, ma come una necessità. Ha segnato il mio punto di svolta dalla direzione alla vera pratica artistica. È nato dalla consapevolezza che il trauma non è semplicemente un evento, ma un paesaggio: un’estensione da attraversare.
Il catalizzatore di questo viaggio è stato un grave incidente d’auto, un’esperienza che inizialmente mi ha paralizzata e ha agito come un detonatore di traumi passati, riaffiorando come una profonda frattura nella mia percezione di me stessa. Durante questo processo, ho vissuto un’intensa solitudine, un abisso tra me e gli altri che sembrava insormontabile. Ho realizzato quanto il linguaggio convenzionale fosse inadeguato a esprimere il dolore vissuto interiormente. Ho sentito il bisogno di creare un linguaggio alternativo, un alfabeto visivo capace di connettere l’individuo traumatizzato con i propri cari, offrendo un ponte di comprensione e dialogo.
La mia esplorazione della pietra, delle sue ferite e della sua erosione nel tempo ha rispecchiato il mio processo interiore di decostruzione e ricostruzione. Ho sviluppato una tecnica di scultura tessile che riproduce le cicatrici del tempo, creando volumi tridimensionali che racchiudono l’esperienza della guarigione. Trayma non parla del trauma in sé, ma del viaggio attraverso di esso: le texture della resilienza, la profondità della trasformazione. È un linguaggio di connessione, un mezzo per dare voce a ciò che spesso resta inesprimibile, facilitando il dialogo tra chi ha vissuto il trauma e chi gli è accanto, aiutando a ricostruire i legami che il dolore tende a spezzare.”

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Risveglio, detail, Caterina Roppo

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Scoperta, detail, Caterina Roppo

Possiamo dire che, per te, l’arte è una forma di guarigione?

“Sappiamo che l’arte si sviluppa attraverso fasi storiche e culturali, spesso riflettendo i bisogni e le ansie di un’epoca. Non è sempre chiaro se sia il movimento artistico a emergere per primo o se sia il problema che gli artisti interpretano a darne origine. Pensiamo a Freud e all’invenzione della psicoanalisi: divenne un’icona in un periodo in cui l’autoritratto conobbe un’impennata significativa. Oggi, con oltre un secolo di distanza, comprendiamo che non si trattò di una coincidenza, ma di una conseguenza del clima culturale che favoriva l’introspezione.
Percepisco una tendenza simile nell’arte contemporanea di oggi, in particolare intorno ai temi della scoperta di sé e della guarigione. C’è un diffuso bisogno di tornare alle origini, a qualcosa di ancestrale e autentico. All’interno della mia comunità artistica, questa ricerca della guarigione attraverso l’arte e l’introspezione sta emergendo con forza, quasi come una necessità collettiva. Alcune culture sono più sensibili a questa consapevolezza, non tanto in una dimensione religiosa, quanto in una spirituale e profondamente interiore. L’immaginazione diventa uno strumento per riconnettersi con se stessi e con il passato, creando un ponte tra l’individuo e i suoi bisogni più profondi. È un’interpretazione antica ma rinnovata delle necessità umane, forse derivata anche dal crollo del sogno americano. L’arte è un linguaggio attraverso cui ci riconciliamo con l’esistenza. Guarire non significa cancellare il dolore, ma integrarlo, dargli forma, permettergli di essere visto e compreso. La mia pratica è un dialogo con la materia, che sia tessuto, pietra o pigmento, dove la manipolazione fisica del materiale diventa metafora del processo interiore di trasformazione.
L’esplorazione creativa mi ha permesso di dare voce al trauma, rendendolo parte di una narrazione condivisa. È un mezzo per attraversare il dolore, trasformandolo in qualcosa di visibile, tangibile e, infine, trascendibile. Questo non è solo un atto individuale, ma un’esperienza collettiva che riflette e modella la nostra comprensione dell’umanità. Il valore dell’arte risiede nella sua capacità di evocare, di portare in superficie emozioni sopite, di agire come uno specchio per chi osserva. Ed è in questo esercizio che si può trovare una forma di guarigione profonda e autentica.”

Il recupero fisico e mentale dallo stress post-traumatico può rappresentare un momento di rinascita. Quali esiti positivi ha portato questa esperienza, in termini di creatività e connessioni umane, e come ha impattato la tua vita?

“Ho scoperto che la guarigione non è un ritorno a ciò che era, ma un movimento verso qualcosa di nuovo, una sorprendente scoperta di sé e delle proprie possibilità creative. Nel mio caso, il trauma ha aperto uno spazio interiore inedito: un territorio sconosciuto che ho imparato ad abitare e trasformare. Questo viaggio mi ha permesso di esplorare la materialità con una consapevolezza rinnovata, comprendendo l’imperfezione non come un difetto, ma come una traccia del tempo e della resilienza. L’arte si è trasformata in un linguaggio al tempo stesso profondamente personale e universalmente risonante, capace di dare forma all’intangibile. Mi piace pensare alla mia estetica come a un dialogo tra il Brutalismo e il Wabi-Sabi.
A livello umano, questo processo ha aperto spazi di connessione profonda con coloro che vedono nel mio lavoro un riflesso dei propri percorsi. L’arte è diventata un punto di incontro, uno spazio in cui le esperienze individuali trovano risonanza all’interno di una narrazione collettiva. Ho imparato che la vera guarigione non è solo personale, ma si manifesta anche attraverso la condivisione e la capacità di offrire agli altri gli strumenti per esprimere le proprie esperienze vissute. In questo senso, Trayma non è solo un progetto artistico, ma un dialogo in continua evoluzione; un percorso che si espande e si trasforma attraverso coloro che lo incontrano.”

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©Photo: Joy Wanders

Dopo Trayma, hai lavorato su altri progetti e collaborazioni che approfondiscono temi sociali critici come il femminicidio. Su cosa stai lavorando ora e quali sono le tue speranze per il futuro?

“Sono felice di annunciare che all’interno dello showroom di Fischbacher 1819 a Milano verrà allestita una mia mostra personale durante il Fuorisalone 2025. Questo spazio rappresenta un’opportunità unica per amplificare il dialogo tra la collezione Ancient Memories e il mio lavoro, aprendo un dialogo potente e condiviso sulla memoria e la trasformazione. Attraverso questa esposizione, desidero creare un punto di incontro tra l’arte tessile e la ricerca sulla memoria emotiva e collettiva, permettendo al pubblico di entrare in contatto con le stratificazioni del trauma e della guarigione. In generale cerco di promuovere e collaborare a progetti di aiuto, per quanto possibile. Il mondo oggi è attraversato da crisi che richiedono attenzione urgente, e tra queste mi colpisce profondamente il peggioramento della condizione dei diritti delle donne. In molte realtà, la regressione è violenta e sistematica, e le donne sono spesso vittime di violenze non solo nei contesti bellici o nelle società patriarcali, ma anche lungo i percorsi migratori, dove diventano bersagli di sfruttamento e abusi.
All’interno di Trayma, ho continuato a esplorare temi di vulnerabilità e resistenza, utilizzando media tessili e digitali per narrare storie spesso silenziate. I miei progetti recenti indagano l’intersezione tra memoria genetica e trasmissione del trauma.
L’ultima installazione presentata all’Arsenale Nord di Venezia, Il Vuoto di Trayma, è accompagnata da una pubblicazione che affronta le possibili vie di prevenzione aperte dai recenti studi sull’epigenetica. Al momento, sia io che Incalmi, l’azienda che ha supportato la sperimentazione materica e la produzione del progetto—siamo impegnati nella ricerca di collaborazioni per portare quest’opera e la sua pubblicazione nei poli culturali frequentati dai giovani. Stiamo presentando il progetto in questi giorni con l’intento di stimolare un dibattito e sensibilizzare nuove generazioni su questi temi fondamentali. Inoltre, sono stata invitata a esplorare la realtà del Piccolo Museo Spazio Alda Merini, un luogo che incarna la forza creativa e la resilienza femminile. Il mio obiettivo è quello di ampliare questa ricerca, creando spazi in cui l’arte non sia solo un oggetto, ma un’esperienza—un invito alla contemplazione, una sfida alla percezione e, in definitiva, uno strumento di trasformazione sociale e culturale.
Mi piacerebbe creare delle tavole rotonde in cui si apra il dialogo su temi come la salute mentale e una nuova forma di ricerca del sé, in cui si comprenda che non esiste solo una vita all’esterno di noi, ma che il lavoro interiore può definire i confini di nuove società con politiche più umane e floride.”

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