COLLATERAL BEAUTY

Attualmente nel mondo ci sono 56 conflitti armati attivi, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. Un dato che non è solo geopolitico o umanitario: è anche culturale, urbano, architettonico. Solo nel 2024, oltre 200.000 persone hanno perso la vita a causa della violenza armata (dati ACLED, confermati dal Washington Post). Dietro ogni guerra ci sono vite spezzate, città devastate, edifici sventrati, memorie collettive cancellate. L’architettura diventa silenziosa testimone e vittima collaterale di strategie militari, cambiamenti di potere, atti di cancellazione identitaria. Nel 2023 le persone costrette alla fuga hanno raggiunto nuovi livelli storici in tutto il mondo: 117,3 milioni secondo il Global Trends del 2024 dell’UNHCR. Secondo le stime, questo numero ha continuato ad aumentare e alla fine di aprile 2024 ha probabilmente superato i 120 milioni.

Nel 2025 sono 56 i conflitti armati attivi nel mondo,
il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale.
Oltre 200.000 morti solo nel 2024. 120 milioni di sfollati.
Dietro ogni dato, vite, città, architetture che scompaiono.

Gaza, Kyiv, Khartoum, Aleppo, Sana’a. Le mappe dei conflitti recenti tracciano una geografia della distruzione in cui l’ambiente costruito – case, templi, scuole, biblioteche, musei – non è più un luogo da difendere, ma un bersaglio. In Ucraina, dal febbraio 2022, oltre 340 siti culturali sono stati danneggiati o distrutti; a Gaza, secondo Al Jazeera, circa 200 beni sono andati perduti. E tra le vittime non ci sono solo edifici civili o religiosi: anche siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO vengono colpiti, violando le convenzioni internazionali che dovrebbero proteggerli. L’UNESCO ha lanciato più volte l’allarme: la distruzione del patrimonio culturale in zone di guerra rappresenta non solo una perdita materiale, ma un attacco diretto all’identità e alla memoria dei popoli. La Convenzione dell’Aia del 1954 – firmata da molti Stati coinvolti nei conflitti attuali – tutela formalmente i beni culturali in caso di guerra. Ma la realtà mostra tutt’altro, l’architettura, nelle sue forme più preziose e simboliche, resta esposta a rischi sistemici, spesso mirati.

Case, templi, scuole, musei, siti UNESCO: l’architettura diventa bersaglio.
Più di 340 siti culturali distrutti in Ucraina, 200 a Gaza.
La guerra non colpisce solo i corpi, colpisce la memoria.

Ma accanto alla distruzione, resistono le tracce. Le rovine che parlano. E l’architettura, seppur ferita, racconta. Racconta della volontà di dominare, ma anche della forza di rimanere. Racconta di città assediate che diventano archivi della memoria collettiva, di rifugi scavati sotto le scuole, di chiese e moschee trasformate in centri di soccorso, di muri che separano, ma anche proteggono. Di artisti che disegnano il trauma dei popoli con strumenti di fortuna. Questo numero di Conseil+Arch parte da una domanda: cosa rimane dell’architettura nei luoghi della guerra? E cosa ci dice, oggi, su chi eravamo, chi siamo, chi potremmo ancora essere? Lo facciamo senza retorica. Con uno sguardo che vuole essere lucido, documentato, umano ma al contempo destabilizzato da ciò che sta succedendo nel mondo. Proviamo a raccontare il trauma attraverso lo spazio. Le città distrutte, i confini armati, i patrimoni messi in discussione, il gesto artistico come testimonianza. Raccontiamo l’uso dell’architettura come forma di propaganda, ma anche come atto di resistenza. Dalla Siria alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, passando per Israele, Yemen, Iran. Undici articoli compongono questo numero. Undici storie che mostrano come, anche tra le macerie, possa sorgere un segno. Una domanda. Una possibilità. Una preghiera.

Collateral beauty 1

Yara Zuhod, Warfare Feast, 2024

Collateral beauty 2

Shirin Neshat – Rapture, 1999 – Stampa ai sali d’argento. Copyright Shirin Neshat Courtesy l’artista, Gladstone Gallery e Noirmontartproductions

Collateral beauty 3

Pub/bomb shelter, Kibbutz Kfar Aza. Photo by Adam Reynolds

Collateral beauty 4

La vita in uno shelter in Chad dopo la fuga dal Darfur. Photo by Björn Wallander

Collateral beauty 5

Banksy, graffito a Borodyanka, Ucraina, 10 novembre 2022

Collateral beauty 6

Sana’a, Yemen. © Editions Gelbart | Jean-Jacques Gelbart Copyright

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