DELIBERATELY UNCONVENTIONAL

by Studio P7

A pochi passi dall’Arco della Pace, in un appartamento storico milanese che conserva stucchi, vetrate policrome e pavimenti a spina di pesce, Paolo Castellarin e Didier Bonnin costruiscono un manifesto domestico in cui il colore diventa vera e propria struttura narrativa. Un universo saturo, consapevolmente non convenzionale, dove la tradizione borghese di fine Ottocento viene ribaltata da una tavolozza esasperata e lucidissima, orchestrata con la precisione di chi conosce a fondo tanto l’anatomia dello spazio quanto quella delle immagini. Paolo Castellarin, chirurgo e interior decorator, fondatore di Studio P7, lavora da anni sul colore come dispositivo critico. In questo progetto lo spinge all’estremo, partendo da un singolo elemento generatore: un grande dipinto devozionale raffigurante un pontefice del XVI secolo, ereditato dalla famiglia. Da quell’immagine viene estratto il rosso ciliegia delle vesti papali, trasformato nel tono assoluto che riveste ogni parete dell’appartamento. È un rosso smalto, lucido, che infrange qualsiasi aspettativa di sobrietà milanese e trasforma corridoi, soggiorno, sala da pranzo e studio in una sequenza cinematografica continua, attraversata da cornici color burro e da soffitti celesti che raffreddano e calibrano la temperatura cromatica complessiva.

Un interno milanese che usa il colore come dispositivo critico.
Paolo Castellarin e Didier Bonnin trasformano la casa in un manifesto visivo.
L’eccesso controllato diventa una forma di precisione progettuale.

Il soggiorno principale è il luogo in cui questa grammatica cromatica si manifesta con maggiore evidenza. Sul fondo rosso vibrano grandi tele seicentesche e settecentesche, ritratti e scene sacre montati in cornici dorate che il colore di fondo rende improvvisamente contemporanee. Di fronte, un divano Chesterfield, una coppia di poltrone moderniste, tavolini tulip e una costellazione di oggetti ironici rivelano una cultura visiva stratificata, in cui passato colto, cultura pop e citazioni del design italiano del Novecento convivono senza gerarchie. La sala da pranzo esaspera ulteriormente questa dimensione performativa. Un tavolo tondo bianco, circondato da sedie giallo senape, è illuminato da un grappolo di lampade a bracci articolati sospese come un’installazione mobile sopra il cerchio perfetto del piano. Alle spalle, una libreria metallica ospita oggetti e lampade in vetro soffiato dai colori primari, mentre sulle pareti campeggiano grandi dipinti equestri che introducono, nel cuore di questo interno dichiaratamente domestico, un’eco di collezione nobiliare. La cucina lavora per contrasto. L’isola monolitica in marmo verde taglia lo spazio e dialoga con il perimetro rosso e con un sistema di specchi che moltiplica lampadari in cristallo, mensole e oggetti quotidiani, trasformando il gesto del cucinare in un rito riflesso all’infinito. Lo studio e la zona lettura sono introdotti da una coppia di porte vetrate storiche con vetri policromi a motivi floreali: un sipario Art Nouveau che filtra la luce e incornicia una stanza più rarefatta, dove chaise longue, scrivania, scaffali di libri e pochi oggetti selezionati raccontano un rapporto con il lavoro intellettuale costruito, ancora una volta, attraverso l’intensità visiva. Nella zona notte, l’impianto cromatico si ribalta. Le pareti virano verso un marrone profondo, quasi cioccolato; finestre e boiserie sono dipinte in un giallo pallido e lattiginoso; il pavimento è rivestito da una moquette azzurra, mentre il letto imbottito arancione attraversa la stanza come un segno orizzontale caldo, introducendo una nuova tensione cromatica. Questo interno è interessante non tanto per la sua eccentricità, quanto per la chiarezza con cui rivendica il colore come strumento di progetto e non come finitura finale. Il rosso smaltato diventa un dispositivo per attualizzare la pittura antica e per tenere insieme, in un unico racconto, arredi e oggetti di epoche diverse. L’azzurro del soffitto dilata una quota altrimenti convenzionale. I gialli e gli aranci costruiscono un paesaggio domestico caldo ma mai rassicurante, costantemente in tensione con la lucentezza delle superfici. Castellarin usa la casa come laboratorio pubblico della propria ricerca: un luogo abitato che, senza smettere di essere profondamente privato, si offre come caso di studio su cosa significhi oggi lavorare sul colore in modo radicale. Ogni stanza diventa così un fotogramma di un film che rifiuta la neutralità come opzione possibile e sceglie, con lucidissima consapevolezza, l’eccesso controllato come forma di precisione.

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Milano, residence of Paolo Castellarin and Didier Bonnin. Ph by Francesco Dolfo

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Milano, residence of Paolo Castellarin and Didier Bonnin. Ph by Francesco Dolfo

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Milano, residence of Paolo Castellarin and Didier Bonnin. Ph by Francesco Dolfo

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