THE AMERICAN NIGHTMARE

Che cosa succede quando l’architettura smette di essere linguaggio e diventa proclama? Quando l’estetica non si limita a comunicare un’identità culturale, ma la impone, ne fa strumento di affermazione e di dominio? Questo nuovo numero di Conseil+Arch si apre sulla scena americana che, dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, ha il passo di un’ombra lunga: retorica del controllo, ritorni neoclassici, nostalgie imperiali e un’inquietante convergenza tra potere politico e potere tecnologico.

Una restaurazione formale che invoca colonne, timpani e simmetrie,
come se la democrazia potesse essere scolpita nella pietra.
La cultura del progetto è chiamata a interrogarsi.

Abbiamo attraversato questo paesaggio complesso esplorandone le architetture reali e simboliche. A partire dal Border Wall, infrastruttura di separazione che da barriera fisica si è trasformata in icona globale, fino ai Prototypes, otto frammenti verticali di cemento e acciaio – costruiti nel deserto tra California e Messico – che dovevano rappresentare l’inizio di una nuova era e sono finiti per diventare una land art involontaria della paranoia istituzionale. Muri pensati per dividere, oggi riletti come architetture fallite del controllo. Eppure, proprio lungo quella stessa linea di frattura, si muove l’arte del dissenso. In un gesto tanto semplice quanto potente, lo studio Rael San Fratello, insieme al Colectivo Chopeke, ha inserito tra le maglie del muro tre altalene rosa. Per venti minuti, nel luglio 2019, bambini di El Paso e di Anapra hanno giocato insieme attraverso il confine. Teeter-Totter Wall è una forma poetica di resistenza architettonica, una proposta di relazione laddove esisteva solo separazione. Dello stesso tono, ma con una radicalità più caustica, è il lavoro di Victor Enrich, artista catalano che ha immaginato la Casa Bianca trasformata in una torre feticcio in stile Trump Tower o in un bunker dorato circondato da filo spinato. Con l’iperbole e la distorsione, Enrich ci mostra come l’architettura possa diventare parodia del potere che rappresenta, spingendolo fino al limite del surreale per svelarne l’assurdità. Le sue manipolazioni non ridicolizzano l’autorità, la decompongono, la rendono leggibile. Sono architetture impossibili, eppure perfettamente coerenti con l’estetica muscolare dell’attuale leadership.

Ma l’America non è solo monumento alla propria crisi.
New York, come sempre, custodisce l’altra faccia del sogno.

A pochi passi dalle ferite della pandemia, si erge Little Island, isola artificiale sull’Hudson disegnata da Heatherwick Studio: un paesaggio architettonico sospeso, fluido, dove il progetto urbano si fa memoria, giardino e teatro. Mentre si avvicina la Design Week, e la Frick Collection riapre con un allestimento che rimette in discussione il rapporto tra arte, spazio e narrazione classica, la città mostra che esiste ancora una cultura del progetto capace di reagire, di riformulare, di immaginare altro. The American Nightmare è il titolo che abbiamo scelto per raccontare tutto questo. Non per cedere alla retorica dell’orrore, ma per esplorare il paesaggio della forma e della sua comunicazione. Dalle architetture neoclassiche imposte per decreto alle forme del dissenso che agiscono nei margini, nei vuoti, nei gesti minimi. In questa polarizzazione formale, torna prepotente l’eredità del brutalismo americano: un linguaggio architettonico nato per esprimere l’onestà strutturale, per parlare un linguaggio accessibile e anti-retorico. È forse in quel linguaggio ruvido, anti-monumentale, che oggi ritroviamo una delle poche alternative architettoniche a una narrazione nazionale che cerca il consenso nella nostalgia.

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945 Madison Avenue, New York. Designed by Marcel Breuer. Photo by Max Touhey

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MoMA, the Museum of Modrn Art, New York City

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Teeter-Totter Wall, designed by artists Ronald Rael and Virginia San Fratello with Colectivo Chopeke, 2019

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Little Island, New York. Project by Heatherwick Studio

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The Red Room at Printemps New York. Image credit: Gieves Anderson for Printemps New York

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