HYPOGEUM

Esistono architetture che occupano il suolo e altre che scelgono di misurarsi con ciò che il suolo custodisce. È in questa seconda famiglia che si colloca l’ipogeo: non un semplice espediente di mimetizzazione, ma un modo di pensare lo spazio a partire dalla sezione, dalla profondità, dalla materia e dal tempo. Costruire nella terra significa rinunciare all’idea dell’edificio come corpo autonomo, visibile e concluso, per lavorare invece con condizioni più complesse: la gravità, l’inerzia, la topografia, l’acqua, la luce trattenuta o filtrata, la continuità tra interno ed esterno. L’architettura ipogea non si limita a inserirsi nel paesaggio, ma lo attraversa, lo assorbe e ne restituisce una nuova interpretazione. Scavare, addossarsi, scomparire, emergere solo in parte: sono gesti che trasformano il progetto in una presenza più silenziosa e radicata, capace di costruire relazioni profonde con il contesto naturale e climatico. Nei progetti raccolti in questo numero, la terra non è mai sfondo. È supporto attivo, massa termica, superficie scavata, soglia, infrastruttura ecologica, memoria geologica e dispositivo percettivo. È una materia che protegge, orienta, filtra e stabilizza. Più che un limite, diventa una condizione progettuale: una risorsa da attraversare e interpretare.

Costruire nella terra significa lavorare con profondità,
luce e topografia. L’architettura ipogea non occupa il paesaggio,
ma lo attraversa. Una riflessione su progetti che trasformano il suolo
in materia abitabile.

In Olen Resort, sull’isola di Syros, ATENO Architecture Studio articola il progetto in tre condizioni – Point, Line e Plane – che traducono il pendio in una sequenza di immersioni progressive, fino a una prossimità quasi totale con l’Egeo. In Horizon House, ancora a Syros, ONUS Architecture Studio assume l’orizzonte come principio ordinatore e costruisce un’architettura semi-ipogea in cui topografia, orientamento, risorse e microclima coincidono in un unico sistema. In NCaved Residence, a Serifos, Mold Architects lavora invece sul taglio del pendio e sulla precisione della griglia, trasformando la roccia in protezione e la sezione in esperienza. L’ipogeo può anche assumere la forma di una sottrazione quasi silenziosa. In Casa Aguacates, Francisco Pardo lascia che la casa si addossi alla collina e si faccia coprire dalla terra, fin quasi a scomparire tra gli alberi di avocado e la vegetazione del Messico centrale. In Library in the Earth, a Kurkku Fields, Hiroshi Nakamura & NAP incidono appena il terreno coltivato e affidano all’architettura il compito di trovare spazio senza sottrarre continuità al suolo. In The Pierre, Olson Kundig non costruisce sopra la roccia, ma a partire da essa: lo scavo, le superfici ferite, il materiale riutilizzato, la massa lapidea che entra nello spazio diventano parte della grammatica domestica.

Ci sono poi progetti che non appartengono all’ipogeo in senso stretto,
ma ne condividono l’attitudine più profonda: assumere il terreno come principio
generativo e non come limite da superare.

In The House on the Cliff, GilBartolomé Architects costruisce una continuità con il pendio mediterraneo, lasciando che la sezione organizzi lo spazio e che la copertura assorba la luce e il paesaggio. In Jungle House, Studio MK27 lavora per sospensione, ma è proprio questa distanza calibrata dal suolo a rendere leggibile la foresta tropicale come struttura, non come semplice contesto. In Under, Snøhetta spinge il discorso oltre la terra stessa e porta l’architettura sotto il mare, nella soglia instabile tra roccia, acqua e biodiversità, facendo del fondale un campo visivo e biologico in continua trasformazione. Altri progetti lavorano invece sul suolo come figura generativa. In Chuzhi House, Wallmakers costruisce per avvolgimenti successivi attorno ai tamarindi esistenti, lasciando che il vortice diventi ordine spaziale. In El Nido de Quetzalcóatl, Javier Senosiain porta questo principio a una scala quasi territoriale: il terreno non viene corretto né astratto, ma attraversato nelle sue cavità, nei suoi corsi d’acqua, nella sua vegetazione, fino a diventare esso stesso struttura abitabile. Qui il tema ipogeo si apre a una dimensione organica e simbolica, in cui spazio, corpo e paesaggio condividono la stessa logica di continuità.

Quello che emerge, osservando questi progetti insieme, è che l’ipogeo non coincide con l’invisibilità. Non riguarda il semplice “nascondersi”, né la volontà di sparire nel paesaggio. Riguarda piuttosto il modo in cui l’architettura sceglie di collocarsi rispetto a ciò che la sostiene: appoggiarsi alla terra, inciderla, attraversarla, farsi assorbire oppure lasciare che sia il terreno a riscrivere la forma dell’abitare. È una questione di misura, prima ancora che di immagine. In un presente in cui il progetto è chiamato a confrontarsi con territori vulnerabili, risorse finite e condizioni climatiche sempre più estreme, costruire nella terra non ha nulla di nostalgico. È, al contrario, una pratica pienamente contemporanea.

HYPOGEUM 01

Under, Lindesnes. Norway. Project by Snøhetta. Ph by Ivar Kvaal for Snøhetta

HYPOGEUM 02

The House on the Cliff, Spain. Project by GilBartolomé Architects. Ph by Jesús Granada

HYPOGEUM 03

Library in the Earth, Kurkku Fields. Project by Hiroshi Nakamura & NAP. Ph by Koji Fujii / TOREAL

HYPOGEUM 04

Horizon House, Syros. Project by ONUS Architecture Studio

HYPOGEUM 05

El Nido de Quetzalcóatl, Naucalpan, Mexico. Project by Javier Senosiain

HYPOGEUM 06

NCaved Residence, Serifos. Project by Mold Architect. Ph by Yiorgis Yerolymbos

HYPOGEUM 07

The Pierre, San Juan Island. Project by Olson Kundig. Ph by Benjamin Benschneider

HYPOGEUM 08

Jungle House, Guarujá. Brazil. Project by Studio MK27. Ph by Fernando Guerra

HYPOGEUM 09

Casa Aguacates, Messico. Project by Francisco Pardo. Ph by S. Pereznieto e D. Padilla

HYPOGEUM 10

Olen Resort, Greece. Project by ATENO Architecture Studio. Ph by Yiorgis Yerolymbos

HYPOGEUM 11

Chuzhi House, Shoolagiri, India. Project by Wallmakers. Ph by Syam Sreesylam

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